{"id":40006,"date":"2021-04-19T14:49:00","date_gmt":"2021-04-19T13:49:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.aep-italia.it\/?p=40006"},"modified":"2021-04-26T16:21:53","modified_gmt":"2021-04-26T15:21:53","slug":"storie-aziendali-aep-si-racconta-becattini-tasporto-ticketing","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aep-italia.it\/it\/2021\/04\/storie-aziendali-aep-si-racconta-becattini-tasporto-ticketing\/","title":{"rendered":"Storie aziendali: Aep si racconta"},"content":{"rendered":"\n<h2>Il primo a mettersi in gioco \u00e8 Gianni Becattini, amministratore delegato dell\u2019impresa<\/h2>\n\n\n\n<p>Con questo articolo, oggi apriamo una nuova rubrica aziendale. Uno spazio dedicato a quelle che sono le storie, gli aneddoti, professionali e non solo, delle persone che fanno parte di Aep Ticketing Solutions. Quelle stesse persone che sono motore di idee, progetti, prove sul campo, rete commerciale. Un team vincente, come provano i risultati sul campo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<h3><strong>Gianni, cani e altre \u201cgrullerie\u201d<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Trenini e Meccano erano le \u201csostanze dopanti\u201d che, alla fine degli anni \u201850, si somministravano ai ragazzi per spingerli su quella china che avrebbe dovuto portarli a diventare ingegneri. I genitori avevano dalla loro molte attenuanti. La guerra era finita da non molto e, nei film che ne parlavano, spesso l\u2019eroe era uno scienziato o un ingegnere.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Nel mio caso quelle sostanze funzionarono benissimo. Nel complotto entr\u00f2 anche il nonno, che negli anni Venti si era costruito una radio a Galena e che mi somministr\u00f2 il libro \u201cLa radio per tutti\u201d di Ernesto Mont\u00f9, un ingegnere e \u201cinfluencer d\u2019altri tempi\u201d molto noto a quei tempi in cui gli influencer si chiamavano divulgatori. Fu lui a darmi anche il componente chiave, il rivelatore a \u201cbaffo di gatto\u201d, appunto con il cristallo di Galena. \u00abNon usarlo per\u00f2\u00bb &#8211; mi disse &#8211; \u00aboggi hanno inventato un componente che si chiama diodo al germanio, che non richiede pi\u00f9 di trovare il delicato punto di contatto come per la Galena\u00bb. E dove lo trovavo io, ragazzino di prima media, un diodo al germanio? Diventai quindi l\u2019incubo degli elettricisti della zona finch\u00e9 alla fine approdai al mio \u201cpusher\u201d: la ditta Paoletti che, oltre a residuati bellici, vendeva anche componenti elettronici. Dovetti imparare a usare il saldatore (che una volta presi anche dall\u2019estremit\u00e0 sbagliata) e alla fine, novello Marconi, arrivai al mio signals received. Era fatta. Anche se iniziata col germanio, la mia dipendenza dal silicio non mi avrebbe pi\u00f9 lasciato per tutta la vita.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Nel \u201966 mio padre mi regal\u00f2 un numero della rivista \u201cCostruire Diverte\u201d, poi \u201cCQ Elettronica\u201d, che, un po\u2019 di anni dopo, avrebbe avuto un ruolo davvero determinante nella mia vita. Anche il mitico \u201868 mi venne incontro: dopo anni di insegnanti sadici e perversi che mi deridevano e additavano ai compagni di scuola come esempio da non seguire, un\u2019improvvisa libert\u00e0 forse eccessiva non contribuiva troppo a indurre comportamenti equilibrati&#8230;ma in parallelo ad altri libertinaggi, l\u2019elettronica rimaneva sempre la mia fuga dalla realt\u00e0 e arrivai a far pubblicare su CQ elettronica anche qualche mio modestissimo progetto, che mi fece sentire un premio Nobel.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Nel \u201969 mi posi come obiettivo di realizzare un organo elettronico. Riuscii a trovare un pezzo di tastiera da pianoforte su cui montare dei contatti e delle molle e mi costruii 12 moduli, uno per ogni mezzo tono, ciascuno con un oscillatore e tre divisori a flip-flop in cascata per generare in tutto quattro ottave. Ci misi qualche mese ma alla fine ci riuscii. Peccato che non sapevo assolutamente suonarlo, ma la cosa mi interessava relativamente. Per progettare questo strumento avevo stressato oltre misura un povero tecnico della ditta \u201cBrizzi e Niccolai\u201d che vendeva strumenti musicali e poco dopo mi propose un organo elettronico da vendermi. Era per me un oggetto da favola: doppia tastiera da 5 ottave, pedaliera, moltissimi registri. Un vero organo classico che era montato nella chiesa di una nave e che era diventato &#8230;troppo vecchio per gli anni \u201970 essendo interamente a valvole. Decisi quindi di investire i soldi delle vacanze nell\u2019organo e in alcune lezioni di musica, che mi portarono, con mio grande orgoglio, fino ad accompagnare qualche messa in una chiesa. Ma non si sfugge al proprio destino: per la musica ero proprio negato e l\u2019elettronica restava il mio grande amore.&nbsp;<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Ma fu proprio grazie alla musica che sostenni economicamente le mie attivit\u00e0 tecnologiche. Mi occupai per la Sovrintendenza alle Gallerie di Firenze (oggi Beni Culturali) di catalogare gli organi musicali della provincia. Preso dalla passione, addirittura me ne comprai uno vero, con circa 500 canne, dalla parrocchia di Sant\u2019Angelo a Lecore (Firenze). Costruito nel \u2018700, era stato parzialmente danneggiato dall\u2019alluvione del \u201966. Ricordo che lo pagai 50.000 lire e una damigiana di vino! Dopo averne iniziato il restauro, non avendo pi\u00f9 spazio per tenerlo, nel 1986 lo regalai alla chiesa di Sant\u2019Ambrogio a Firenze.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Dopo questo, mi dedicai a radio, orologi digitali (assoluta novit\u00e0 all\u2019epoca) e iniziai a collaborare pi\u00f9 assiduamente con la rivista CQ, dedicandomi alla RTTY ossia alla ricezione delle comunicazioni con telescrivente.&nbsp;<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><a href=\"https:\/\/www.aep-italia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/09\/stand-sito-2.jpg\"><img loading=\"lazy\" width=\"666\" height=\"443\" src=\"https:\/\/www.aep-italia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/09\/stand-sito-2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-37635\" srcset=\"https:\/\/www.aep-italia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/09\/stand-sito-2.jpg 666w, https:\/\/www.aep-italia.it\/wp-content\/uploads\/2020\/09\/stand-sito-2-300x200.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 666px) 100vw, 666px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n\n<h3><strong>Cervelli elettronici<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Il mio primo contatto con i \u201ccervelli elettronici\u201d avvenne circa nel 1970. Il termine era gi\u00e0 obsoleto, oltre che improprio ma, di fatto, la gente a quell\u2019epoca li chiamava cos\u00ec. L\u2019occasione fu un breve corso presso la Facolt\u00e0 di Economia e Commercio in cui mio padre, in qualche maniera, era riuscito a farmi infiltrare. Anche se dur\u00f2 solo qualche giorno, fu per me un momento magico, di quelli che cambiano il resto della tua vita. L\u2019insegnante, il giovane professore Gianni Aguzzi riusc\u00ec in poco tempo a infilare nella mia testa i primi rudimenti d\u2019informatica e di FORTRAN e al tempo stesso accese la fiammella di una passione che avrebbe incendiato i miei anni a venire. Il fuoco era acceso, anche se cov\u00f2 per qualche anno sotto la cenere, fino a riprendere, prepotente, quando nel 1972, dopo due anni di non brillante presenza nei corsi della facolt\u00e0 di Ingegneria, m\u2019imbattei di nuovo nel professor Aguzzi. Il FORTRAN divenne in quel momento il mio primo grande amore.&nbsp;&nbsp;<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">La mia storia inizia per\u00f2 solo qualche tempo dopo. Un mio compagno di studi decise di diventare mio complice, accettando di imbarcarsi nell\u2019avventura di creare un computer tutto nostro.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Un pc si compone di due parti principali: una CPU e una memoria, pi\u00f9 organi assortiti per l\u2019ingresso e l\u2019uscita dei dati. Sulla CPU convenimmo quasi subito sulla direzione da prendere. Eravamo entrambi riusciti a convincere i nostri genitori a dotarci di un HP-35, una calcolatrice elettronica tascabile o quasi, neppure programmabile, in verit\u00e0, ma capace di calcolare seni e coseni. Decidemmo di usare per CPU il chip di un calcolatore tascabile, progettando dei circuiti capaci di simularne la tastiera e leggere i risultati dal display. Per la memoria la prima idea fu di usare un vecchio \u201ceco acustico\u201d (a valvole!), di quelli usati dai complessini beat, acquistato usato per poche lire. Era un oggetto con un cilindro rotante ricoperto con materiale magnetico, dove una prima testina scriveva il segnale audio e la seconda lo rileggeva con un ritardo proporzionale alla velocit\u00e0 di rotazione, producendo l\u2019eco. L\u2019idea era di trasformarlo per scrivere sulla superfice del cilindro una serie di bit che potessero poi essere riletti, ma non riuscimmo mai a metterla in pratica. La calcolatrice elettronica HP-35 del 1973 costava come uno scooter. Dovemmo quindi orientarci in altre direzioni. Alla fine qualcuno mi prese sul serio. Chiamai eccitatissimo il mio amico e gli dissi: \u00abLa Texas Instrument ci d\u00e0 un chip per la CPU e alcune memorie, completi di tutta la documentazione!\u00bb. Dopo infinite altre telefonate organizzammo il viaggio a Cittaducale, in provincia di Rieti, ove aveva sede lo stabilimento Texas e ce ne tornammo con molte promesse ma ancora con nessun pezzo di silicio. Furono necessarie altre telefonate e finalmente arrivarono i chip.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Andai a parlare con CQ Elettronica, di Bologna, che come ho detto ebbe poi un ruolo determinante in questa avventura, grazie soprattutto a Marcello Arias, che invece di buttarmi fuori con una pedata stampata nei pantaloni, accolse con entusiasmo il mio progetto. \u00abNiente soldi per\u00f2, eh!\u00bb &#8211; mi disse &#8211; \u00abse non a lavoro finito. Ti far\u00f2 conoscere per\u00f2 un po\u2019 di persone che potranno aiutarti\u00bb. Lo stesso giorno tornai verso Firenze con Gianvittorio Pallottino, esimio ricercatore, che scriveva su CQ con lo pseudonimo di Vito Rogianti, anagramma del suo vero nome. Estrasse dalla borsa il primo numero di Electronic Design che vidi in vita mia, aprendolo a una pagina ben precisa segnata da un angolo ripiegato. \u00abQuesto \u00e8 quello che ti serve, una cosa assolutamente nuova che solo in pochi ancora conoscono, si chiama microprocessor\u00bb. Guardai sbalordito la pubblicit\u00e0 dell\u2019Intel 8008, un integrato quasi normale, con soli 18 pin, contenente tutta la CPU di un computer. \u00abE dove le trovo queste meraviglie?\u00bb trovai il coraggio per chiedere. Per farla breve: CQ aveva un altro collaboratore, Ettore Accenti, titolare della Eledra 3S, all\u2019epoca rappresentante della Intel in Italia. Mi prese a ben volere e mi offr\u00ec la possibilit\u00e0 di partecipare ai primi corsi che si tennero sui microprocessor e, meraviglia delle meraviglie, mi fece ottenere, in contemporanea con le pi\u00f9 grandi industrie nazionali, uno dei primi campioni del mitico 8080, che nel frattempo aveva sostituito l\u20198008 e che sarebbe diventato il cuore di moltissimi home computer. Se lo avessi dovuto pagare, mi sarebbe costato 360 dollari di allora, pi\u00f9 il necessario per le memorie e gli altri chip speciali.&nbsp;<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Correva l\u2019anno 1974, ma i risultati erano ancora lontani da arrivare. Nel mese di maggio, mio padre mi port\u00f2 con s\u00e9 in un viaggio di lavoro a Londra. All\u2019aeroporto trovai un numero di \u201cPopular Electronics\u201d, dove c\u2019era la pubblicit\u00e0 dell\u2019Altair, il primo microcomputer basato sullo 8080. Una pugnalata al cuore, non eravamo pi\u00f9 i primi! Ma questo fu solo un incentivo a raddoppiare gli sforzi.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Per i primi del 1975 il \u201cChild 8\u201d, come battezzai il mio primo computer, inizi\u00f2 a eseguire i suoi cicli macchina. Il prototipo venne presentato su CQ elettronica del maggio \u201976. Le caratteristiche del Child 8 erano davvero modeste, ma allora sembravano addirittura avveniristiche: 1K di RAM statica, 1K di ROM con il monitor\/debugger, interfaccia seriale a loop di corrente per la Teletype ASR33 acquistata usata e tutto su di una sola scheda. I programmi si scrivevano direttamente in codice macchina e si salvavano sul perforatore di nastrini della Teletype, alla sbalorditiva velocit\u00e0 di 10 byte al secondo! Tornai pertanto dall\u2019ingegner Arias con l\u2019aria da \u201cmissione compiuta\u201d e in pochi mesi, nell\u2019aprile 76, iniziarono a uscire gli articoli sulla rivista. Penso che davvero, in questo, fummo i primi in Italia. \u00c8 difficile descrivere compiutamente la reazione che ne scatur\u00ec. Il mio telefono era rovente e i postini (allora si usava ancora scrivere) mi consegnavano, ingrugniti, le lettere in grossi e pesanti sacchi di iuta grigi.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Una piccola perla: nel 1974 mi presentai a un importante professore della mia facolt\u00e0 per domandare di poter usare l\u2019oscilloscopio del laboratorio. Chi \u00e8 del mestiere sa quanto sia difficile lavorare senza. \u00abA che anno sei?\u00bb &#8211; mi chiese -. \u00abAl terzo\u00bb risposi. \u00abNo, \u00e8 troppo presto, devi essere almeno al quarto e poi ascolta un buon consiglio da chi ne sa pi\u00f9 di te: lascia perdere questa storia dei microprocessor, non hanno futuro\u00bb. Neanche a dirsi, negli anni che succedettero sembrava quasi li avesse inventati lui.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<h3><strong>La Micropi<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Animato dal successo, aprii una cosa che oggi si chiamerebbe start-up, denominata Micropi e mi misi a vendere kit per autocostruire il Child 8, alla modica somma di 169mila lire.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Aggiunsi ben presto al catalogo una nuova scheda da 4K per l\u2019espansione della memoria e, messomi in societ\u00e0 con un compagno di studi, Stefano Giusti, e con un allora assistente universitario \u201cilluminato\u201d, Franco Pirri, poi diventato un ottimo e famoso professore, iniziammo a sviluppare un mucchio di nuovi accessori: come un\u2019interfaccia video per il televisore, un\u2019unit\u00e0 a disco (ben 80k!), un piccolo sistema operativo, linguaggi di programmazione ad alto livello.&nbsp;<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">\u00c8 curioso annotare che, anche se per certi versi precoce, rimanevo pur sempre un ragazzo di 25 anni e fui assai combattuto dalla tentazione di acquistare, invece del drive da 80k con il relativo controller, una Honda 500 Four che costava, nuova, esattamente la stessa cifra (1.125mila lire), ma che avrebbe avuto una presa ben diversa sulle ragazze!&nbsp;<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<h3><strong>La General Processor<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Il primo periodo, dal 1975 al 1978 vide una rapida espansione della Micropi, che dovette cambiare nome in General Processor (GP), in quanto gi\u00e0 esisteva una precedente Micropi. Quello che pi\u00f9 mi mancava sul Child 8 era un linguaggio ad alto livello, che realizzai artigianalmente scrivendolo tutto in codice macchina, compilandolo a mano su fogli di carta. Nacque cos\u00ec RPN-8, un linguaggio molto primitivo, fortemente ispirato a quello della serie HP-9800, che era il top della mia ammirazione.&nbsp;<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Il tempo passava e il gioco diventava sempre pi\u00f9 serio. Il primo importante salto fu il passaggio al processore Zilog Z-80, allora al \u201ctop\u201d delle prestazioni con clock a 2.5 o addirittura 4 MHz. Il primo sistema basato sullo Z-80 fu il \u201cChild Z\u201d, richiestissimo, anche per l\u2019aspetto terribilmente complesso donatogli da un pannello ricco d\u2019indicatori, deviatori e luci. Gi\u00e0 allora avevo la passione per la grafica e mi ricordo che mi comprai tutta l\u2019attrezzatura per la serigrafia. I primi pannelli li facevo io personalmente.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Dal punto di vista del software, dopo l\u2019esperienza di RPN-8, agognavo di poter avere un vero linguaggio ad alto livello per il Child. Alla fine, non ricordo pi\u00f9 come, qualcuno mi regal\u00f2 un nastro perforato del Microsoft 8080 BASIC, quando ancora Microsoft non era Microsoft. Felicissimo, feci ogni sforzo per farlo funzionare sul Child. A prima vista funzion\u00f2, ma dopo prove pi\u00f9 approfondite andava sempre in crash.<\/span>&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Il vero, primo prodotto industriale fu il \u201cModello T\u201d, quasi tutto dovuto alla matita del sottoscritto, che segn\u00f2 una decisa svolta nell\u2019evoluzione dell\u2019azienda. Nato per costare poco, pur nella sua fabbricazione artigianale, inglobava tutto in un orrendo, pesante e monumentale contenitore in lamiera: video, 2 floppy, ovviamente opzionali, e un video monocromatico ma \u201cprofessionale\u201d (64 x 16 caratteri, poi passati a 24&#215;80).<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Oggi esistono gruppi di appassionati che restaurano i vecchi prodotti della General Processor (es. qui https:\/\/groups.google.com\/g\/it.comp.retrocomputing\/c\/O66LB-kOE_o?pli=1), mentre altri hanno addirittura realizzato un emulatore di Modello T. Tra tutti, e senza merito levare ad altri, voglio citare Piero Andreini, davvero un genio del bit e del restauro, cui suggerisco a tutti gli interessati di rivolgersi. Credo davvero che nessuno ne sappia pi\u00f9 di lui, di queste vecchie trappole.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Nel 1982: dopo aver creato e fatto crescere la GP, riuscii a intuire per tempo che la ormai prossima esplosione del fenomeno \u201cpersonal\u201d ci avrebbe travolti; decisi quindi di uscire dalla societ\u00e0. Avevo visto bene: nel 1985 la General Processor chiuse definitivamente i battenti, lasciando in qualche migliaio di utenti il ricordo di un computer bruttissimo ma capace di suscitare quelle emozioni indimenticabili che possono appartenere solo a un momento storico irripetibile.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<h3><strong><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Transizione<\/span><\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Dal 1983, pur occupandomi di altre attivit\u00e0 imprenditoriali di tipo commerciale (Commodore 64 e Spectrum 64 in primis), mi dedicai nei ritagli di tempo a creare qualcosa per la gioia degli hobbisti. Nacque cos\u00ec nel 1983 il G5, un personal computer amatoriale il cui progetto usc\u00ec ancora una volta su CQ e che ebbe, nel suo genere, un grande successo (il numero era non per caso consequenziale al GPS- 4). Era di una semplicit\u00e0 sbalorditiva; le buone prestazioni erano dovute a un interpreter BASIC, tutto scritto in assembler Z80, che gestiva anche un display grafico (e per questo detto GBASIC), all\u2019epoca non cos\u00ec comune. Per fare un raffronto, aveva prestazioni ben maggiori del coevo e assai pi\u00f9 costoso HP-85.&nbsp;<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Nel 1989 m trovai a dovermi inventare una nuova attivit\u00e0, che con poca fantasia chiamai Studio IGB, cominciando a progettare hardware e software per uso industriale. Il GBASIC fu la base di partenza e fin\u00ec per equipaggiare decine di progetti. Per lungo tempo ha lavorato, ad esempio, anche sulle catene di montaggio della Fiat e in molte stazioni di servizio autostradali, fino a essere sostituito nella sua missione dal sistema operativo Mxm.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<h3><strong>Logitron<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Tra i miei clienti c\u2019era Logitron, un\u2019importante azienda fiorentina attiva nell\u2019automazione delle stazioni di servizio. Nel 1993, Logitron realizz\u00f2 un POS e si mise alla ricerca di un sistema operativo di cui dotarlo. La cosa mi galvanizz\u00f2 non poco, e alla fine riuscii a ottenere che la scelta di Logitron cadesse proprio su Mxm e il suo Software Developer\u2019s Kit.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Per i curiosi scherzi che fa la vita, nel 1993 Logitron, tra le varie diversificazioni che aveva intrapreso, firm\u00f2 contratti con ATAF Firenze e CAP Prato per realizzare (forse) i primi Sistemi di Bigliettazione Elettronica italiani, basati su smart card a contatti, riciclando la tecnologia usata per le carte del carburante. Poich\u00e9 l\u2019esperienza Mxm era stata ritenuta positiva, le nuove validatrici elettroniche avrebbero avuto anch\u2019esse il mio sistema operativo.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Il POS Logitron, detto POLO, fu uno dei primi prodotti \u201cimportanti\u201d dotati di Mxm.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<h3><strong>E poi, d\u2019improvviso, AEP<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Nel 1998, Logitron fu ceduta al gruppo internazionale Gilbarco Veeder Root. I nuovi proprietari non erano interessati a proseguire l\u2019attivit\u00e0 nel campo della bigliettazione. Fu cos\u00ec che trovammo un accordo: io, con il mio cane Otto e con altri soci, avrei costituito una nuova societ\u00e0, la AEP, mentre Logitron ci avrebbe ceduto le attivit\u00e0 del settore Monetica, come allora si chiamava. Cos\u00ec avvenne e cos\u00ec inizi\u00f2 la storia che ci ha portato ai giorni nostri, passando per l\u2019acquisizione del ramo Monetica di Finmeccanica\/Leonardo. Qualche anno dopo, senza che ci fosse un piano organizzato, i vecchi proprietari, Saverio Bettini e Franco Margani, entrarono a far parte del capitale di AEP, svolgendo un ruolo determinante per il successo dell\u2019azienda, che per pi\u00f9 di 20 anni ha costituito la mia attivit\u00e0 principale e di cui sono oggi AD assieme a Saverio Bettini. Molte cose sono cambiate: Mxm \u00e8 stato sostituito da Linux, Otto non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 e, considerando l\u2019indotto, sono oggi quasi 200 le persone che continuano l\u2019opera a suo tempo iniziata.<\/span><\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em><span class=\"has-inline-color has-black-color\">Quello che non \u00e8 cambiato \u00e8 lo spirito, che \u00e8 rimasto sempre volto all\u2019innovazione. E da pochi giorni il mio vecchio organo a valvole, per una serie fortunata di coincidenze, \u00e8 tornato a casa dopo cinquant\u2019anni dal suo acquisto. Non \u00e8 in forma smagliante: un lavoro pronto per la pensione.<\/span><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il primo a mettersi in gioco \u00e8 Gianni Becattini, amministratore delegato dell\u2019impresa Con questo articolo, oggi apriamo una nuova rubrica aziendale. Uno spazio dedicato a quelle che sono le storie, gli aneddoti, professionali e non solo, delle persone che fanno parte di Aep Ticketing Solutions. 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